L’albero del gelso

Giuseppe Zio, L’albero del gelso.
Le sette vite dell’alfiere Antonio Belpulsi.
“Un libro importante e una storia importante”
Intervento di Giovanni Mascia
Presentazione, San Martino in Pensilis, 19 maggio 2012

Ringraziamenti e saluti ai presenti. E un doveroso pensiero alle vittime del tragico attentato di questa mattina a Brindisi che ha ci ha lasciati nella costernazione, dalla quale, sono sicuro, verremo fuori facendo leva sulla condanna della barbarie in nome della democrazia e della condivisione.

Sono grato a Giuseppe Zio e agli amici di San Martino in Pensilis per avermi voluto alla presentazione del suo romanzo. Per avermi offerto l’occasione per combattere un luogo comune. Anzi più di un luogo comune.

  1.  Che il Molise e i paesi molisani in particolare siano non luoghi dove la storia non ha mai avuto niente da dire e la cui storia non ha niente da insegnare.
  2. Che chi si interessa di storia, cultura o arte molisana sia uno sfigato, per usare una parola alla moda, o per dirla diversamente un povero cristo, per non chiamarlo un “fissato”, appunto perché dalle vedute assai fisse e limitate.

Ovviamente non è così. Tutto si tiene. Non c’è avvenimento grande o piccolo che non abbia inciso e non incida sulla vita dei nostri piccoli centri. Basta riflettere anche su alcuni grandi avvenimenti internazionali di questi ultimi tempi. Per esempio, si può dire che la crisi mondiale non ha riflessi in Molise e a San Martino? O che i focolai di guerra e terroristici mondiali non hanno avuto e non hanno ripercussioni sui nostri giovani alle armi?

È vero proprio il contrario. Chi si occupa della microstoria, ha a disposizione strumenti diretti e un coinvolgimento altrettanto diretto e immediato per padroneggiare vicende altrimenti troppo più grandi di noi.

Beato chi ha una provincia nel cuore, diceva un grande provinciale e appunto per questo un grande senza aggettivi come Flaubert, che da storie e personaggi provinciali o addirittura ignoti a loro stessi ha cavato capolavori e personaggi universali e immortali come l’Emma Bovary del romanzo omonimo e la serva Felicita del racconto Un cuore semplice.

Ma si può dire di più. Addirittura beatissimo, anzi da porre sugli altare come santo, chi ha un paese nel cuore. Il paese è lo specchio di quanto accade in se stesso e fuori di se stesso. È un osservatorio privilegiato, un angolo di osservazione, vicino e accessibile, e perciò incomparabile per conoscere la nostra storia, che è poi la storia senza aggettivi. La storia di oggi. E la storia di ieri. Quindi non sfigato, fissato e povero cristo chi si interessa del proprio piccolo mondo, ma uomo fortunato. A patto, beninteso, che si attrezzi con lo studio e con strumenti di indagine adeguati e non si limiti a guardare compiaciuti il proprio ombelico. Del resto, perdonate la fuga in avanti: l’albero del gelso, che dà il titolo al romanzo in presentazione questa sera è l’emblema della casa e della famiglia, ma anche l’osservatorio privilegiato e ad un tempo la struttura naturale di cui si avvale il piccolo Antonio Belpulsi per guardare al mondo al di là del muro del giardino!
Il paese per conoscere il mondo, quindi e la storia, l’arte e la cultura del mondo.

E allora si spiega l’aria di felicità che promana già dal volto, prima ancora che dalla parola, di un principe della ricerca locale come Franco Valente, e la felicità che rapisce i suoi ascoltatori, quando attraverso il suo brillante eloquio intuiscono o si rendono conto del fatto che chi come lui ha studiato e conosciuto il territorio a palmo a palmo, appunto per questo conosce la storia, la cultura, e l’arte del territorio, ma anche della nazione e del mondo. Come dicevo tutto si tiene.

Uomini fortunati anche Michele Mancini e Giuseppe Zio, e veniamo più da vicino a noi. Torno a ringraziarlo di cuore perché mi ha voluto qui stasera, dopo avermi coinvolto fin dalla prima stesura de L’albero del gelso. Un libro importante e una storia importante.

Importante il libro per più ragioni. Principalmente, alla luce di quello che si diceva, perché dimostra con la forza di un’ottima biografia romanzata che anche San Martino e i sammartinesi sono stati (e sono) teatro e protagonisti della storia e non solo nello scarso mezzo secolo a cavallo tra Sette e Ottocento preso in esame.

Importante perché consegna all’attenzione di tutti, non solo dei sammartinesi, la vicenda umana di Antonio Belpulsi. Un’altra vita di avventure e di fede, per citare, spero non a sproposito, Benedetto Croce, degna di essere posta accanto a quella di altri due “avventurieri” molisani, anch’essi due soldati di cui andare fieri: il Conte Cola Monforte e Gabriele Pepe.

Grazie al lavoro e alla passione di Giuseppe Zio, l’alfiere Antonio Belpulsi è terzo tra cotanto ardimento. Non solo per aver percorso si può dire la stessa strada che dal “remoto Molise”, da quello che si continua a ritenere il remoto Molise, ha condotto i tre a combattere in Francia e al soldo della Francia, ma per aver tracciato una parabola umana assai simile. Tre vite vivificate da aneliti di fede e di passione politica e civile e intessute di episodi romantici e romanzeschi, tre vite comunque suggellate da comportamenti dubbi, che ci fanno meglio apprezzare i tre valorosi soldati nei tratti di una umanità a tutto tondo.

Il Belpulsi di Zio, come il Monforte e il Pepe, non è un eroe da fumetto. Ed era grosso il rischio che con il Belpulsi si potesse cadere nel tranello di una biografia eccessivamente compiaciuta. È risaputo come il Conte Cola fosse stato tacciato di tradimento, anzi spacciato dalla letteratura francese e anglosassone, come il traditore per eccellenza, prima che don Benedetto rintuzzasse una volta per tutte le accuse e lo restituisse alla storia nei suoi panni di condottiero, e grande condottiero. Gabriele Pepe, invece, dai più esagitati rivoltosi (e dai molisani guerrafondai in panciolle degli anni successivi), era stato accusato di aver macchiato il suo curriculum di soldato esemplare, quando ormai anziano si era adoperato e speso sulle barricate napoletane del maggio del ‘48 nel tentativo di sedare gli animi piuttosto che eccitarli verso quell’epilogo che si sarebbe risolto in un tragico bagno di sangue.

Anche la vita romanzata di Antonio Belpulsi è suggellata da un evento che appare sconcertante e rimette in discussione la fede indomita per la democrazia e la libertà e la giustizia sociale professata ininterrottamente lungo gli anni di un’esistenza breve ma vissuta assai intensamente.

È pregio del romanzo aver dato una fine credibile alla vicenda umana di Antonio Belpulsi che la storiografia aveva mantenuto nei termini di notizie molto vaghe e contraddittorie, raccolte oltre un secolo fa da uno storiografico vago e contradditorio a sua volta, quando non fantasioso addirittura, come Alfonso Perrella. E sia pure una fine prematura e ingloriosa nell’orrida e altrettanto affascinante fortezza di Fenestrelle, dove Belpulsi, tubercolotico, metteva fine ai suoi giorni scontando il tradimento ai francesi e agli ideali di una vita e l’adesione all’esecrato partito borbonico. Una fine amara che anima le pagine forse più belle, sicuramente le più significative del romanzo. La fine di un uomo vero sul quale – come spesso accade nella realtà – il risentimento per il più recente torto subito, in questo caso dai francesi del venerato Napoleone, del quale era stato attendente di campo, è riuscito là dove mille altri torti subiti non erano riusciti: a far breccia e a mettere in discussione o, meglio, ad accantonare del tutto gli ideali di una intera esistenza.

Molto ci sarebbe da dire sul romanzo, ma lo diranno i singoli lettori. Preferisco avviarmi alla conclusione. Non prima di sottolineare come tra i molti referenti letterari di Peppino Zio ci sia il lavoro di un altro sammartinese, quel Luigi Sassi che nelle sue opere edite e inedite aveva già fissato i termini essenziali di una storia importante come quella di Antonio Belpulsi, dello “schietto figlio del Molise”, come lo chiama Zio, nelle sue speranze e nelle sue illusioni in un mondo e una società più giusta.

Non prima di sottolineare l’importanza di Antonio Gramsci tra gli ispiratori del romanzo. Giuseppe Zio non lo scrive espressamente, come invece ha fatto con Sassi e altri. Ma certamente non si è limitato a citarlo in epigrafe, come un lettore frettoloso potrebbe credere, solo in riferimento allo specifico insegnamento del padre.

Basterà leggere la preghiera laica, sgorgata dalle labbra dell’arciprete Leone Belpulsi quando, benedicendolo con il segno della croce, si rivolge al neonato nipote Antonio, sano e pesante come un cioccolo di legno,come si dice a Sammartino, con queste parole, che più gramsciane non possono essere:

Che tu sia forte e sano perché avrai bisogno di tutta la tua forza, guarda con fiducia al mondo perché avrai bisogno di tutto il tuo entusiasmo, affina la tua mente perché avrai bisogno di tutta la tua intelligenza! (p. 19).

Andava detto, perché se tutto si tiene, come dicevo, allora i semi della vita e della rivoluzione, raccolti da Antonio Belpulsi nella grande stagione illuministica della Napoli e del Molise di fine settecento, non sono rimasti infruttuosi. E io voglio credere, e dividere con voi la convinzione che i frutti continuino a maturare anche ai nostri giorni. Mi riferisco alla perdurante, feconda attività di un sodalizio benemerito che nel 2009 ha festeggiato i 130 anni di vita: la Società Operaia di Mutuo Soccorso, presieduta da Michele Mancini. E in modo altrettanto preciso e senza mezzi termini al grande risultato amministrativo e politico fatto registrare alle elezioni di quindici giorni fa, che ha fatto di San Martino è un caso unico nel Molise. Ed è un caso che San Martino sia la patria di Antonio Belpulsi?

Grazie, complimenti e auguri a Peppino Zio, per l’ottimo lavoro. Grazie e auguri a San Martino. E a voi tutti.

Giovanni Mascia

Giuseppe Zio, L’albero del gelso. Le sette vite dell’alfiere Antonio Belpulsi, Albatros, Roma 2012.

 

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